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PsichiatriaPsicologia

Depressione e movimento

By 15 Giugno 2020 No Comments

Durante un colloquio online in questo periodo di lock-down, una paziente ha fatto una considerazione molto significativa “…sono sempre stata abituata a tenere sotto controllo la mia ansia con l’iperattività, tenendomi sempre impegnata con lavoro, numerosi interessi; ora ferma in casa mi sento molto spiazzata…”. Ne parliamo con la Dottoressa Cristina Toni, psichiatra del Centro Medico Visconti di Modrone. L’obbligo all’immobilità può avere un effetto destabilizzante per chi ha un temperamento ansioso, e fa fatica a ridurre il suo livello di funzionamento, ma anche per chi ha un temperamento cosiddetto “ipertimico”, ovvero per quelle persone che hanno alti livelli di energia, sentono poco la stanchezza e sono iperproduttivi sul lavoro, sempre strabordanti di iniziative e progetti. Sono persone di successo lavorativo che spesso, quando vanno in pensione, sviluppano depressione perché non si sentono a loro agio a stare fermi e improduttivi.

Queste situazioni richiamano l’importanza che ha la motricità per il nostro benessere psicofisico e le relazioni con la depressione.

Un famoso neuroscienziato, Oliverio, afferma che “I movimenti non sono un puro meccanismo, un mezzo per ottenere qualcosa. Le azioni motorie esercitano un ruolo importante nella formazione della mente, condizionano l’apprendimento e sono alla base del linguaggio”.

Anche gli studi sui neuroni specchio, una particolare tipologia di neuroni scoperti all’inizio degli anni novanta da ricercatori dell’Istituto di Fisiologia dell’Università di Parma, depongono per l’importanza dei neuroni motori, deputati alla regolazione dei movimenti, nei processi di comprensione degli altri, e quindi nello sviluppo di empatia e sentimenti di appartenenza a un gruppo.

I neuroni specchio si attiverebbero infatti quando l’animale esegue azioni finalizzate a uno scopo (ad esempio afferrare un oggetto), ma anche quando l’animale osserva le medesime azioni eseguite da altri membri della propria specie.

Quando si parla di depressione si sottolinea spesso l’importanza delle esperienze traumatiche, dello stress, dei vissuti soggettivi e dell’ascolto, fondamentale per stabilire un rapporto di empatia e comprendere appieno lo stato di disagio e sofferenza di chi chiede aiuto.

Senza nulla togliere all’importanza che hanno le manifestazioni verbali e cognitive della depressione, non si dovrebbe però trascurare l’osservazione del nostro interlocutore e quindi il rilievo che anche i messaggi non verbali possono avere. Già nelle trattazioni sulla depressione del passato, il rallentamento motorio era considerato un sintomo nucleare. A questo proposito sono significative le parole di un famoso psichiatra degli inizi del ‘900:

“Tutta l’attività psichica è rallentata. L’associazione di idee è diminuita. Pensare diventa un’attività lenta e laboriosa, che ruota monotonamente attorno alla disgrazia del paziente. I movimenti richiedono tanto sforzo quanto il pensiero; diventano lenti e deboli. Gli arti sono pesanti come il piombo. Una paziente potrebbe voler cambiare il suo posto a tavola, sollevare la sedia, e quindi richiedere mezz’ora per decidere se e dove sedersi” (Bleuler).

In forme gravi di depressione il rallentamento può essere estremo, al punto da rendere difficili o impossibili anche le ordinarie attività quotidiane, fino a condizioni di cosiddetta catatonia, in cui l’immobilizzazione può essere assoluta, tanto da assumere posizioni statuarie, durante la quale il paziente non reagisce ad alcun stimolo ed è indifferente a quello che accade.

Sono condizioni per fortuna rare che richiedono l’ospedalizzazione anche per garantire alimentazione, idratazione e il mantenimento delle funzioni neurovegetative essenziali per la sopravvivenza.

D’altro lato, è altrettanto vero che situazioni di immobilizzazione forzata, quali per esempio i periodi di convalescenza dopo una malattia importante o dopo un intervento chirurgico, possono facilitare l’insorgenza della depressione in soggetti sensibili e predisposti. Nel Morbo di Parkinson, dove la motricità è ridotta in alcuni casi fino all’immobilizzazione, il tasso di depressione è elevato, oscillante in studi diversi tra il 20% e poco meno della metà delle casistiche studiate.

In letteratura, sono riportati rapporti stretti tra condizioni di isolamento, di cattività, di deprivazione sensoriale e l’insorgenza della depressione.

Osservazioni su macachi in isolamento, presi come modelli animali di depressione, ma anche su reduci di guerra dopo periodi di prigionia, hanno messo in rilievo comportanti e atteggiamenti depressivi se non franchi quadri di depressione nell’uomo.

D’altro lato, sono molte le evidenze che sottolineano l’importanza dell’attività fisica per il nostro cervello. Infatti, l’esercizio fisico stimola il metabolismo cerebrale, il flusso sanguigno, l’ossigenazione, la produzione di neurotrasmettitori e di fattori neurotrofici che stimolano la neurogenesi (formazione di nuove cellule nervose da cellule staminali) e la sinaptogenesi (formazione di nuove connessioni -sinapsi- tra i neuroni). Inoltre, riduce i livelli del cortisolo, l’ormone i cui livelli ematici aumentano durante lo stress. Un eccesso di questo ormone può influire negativamente sulla funzionalità cardiaca, aumentare la glicemia, il rischio di osteoporosi e ridurre le difese immunitarie.

L’attività fisica stimola anche la secrezione di endorfine, neurotrasmettitori che hanno effetti analgesici e rilassanti, regolano l’umore, l’appetito, il sonno.

Se la riduzione della motilità o l’immobilizzazione non sono salutari in generale, va precisato comunque che la depressione in queste situazioni viene sviluppata solo da soggetti predisposti a questo tipo di patologia.