fbpx
Psichiatria

Dipendenze: il fenomeno Chocolate box

By 15 Settembre 2020 No Comments

Alcune notizie sulla droga generano particolari reazioni, vuoi per la giovanissima età delle vittime, o per la sproporzione di un destino di morte rispetto ad un rapporto con la droga che non era neanche così avanzato. Lo scorso Luglio due ragazzi di Terni hanno perso la vita dopo aver assunto una droga in un ambiente di strada sì, ma che consideravano affidabile. Ne parliamo con il Dottor Matteo Pacini, specialista psichiatra del centro Medico Visconti di Modrone.

La ragione della morte, lasciando poi i chiarimenti alle indagini, in questi casi può essere di due tipi sostanzialmente. O legata ad una tossicità prevedibile, o legata ad una modalità tossicomanica. Questo parrebbe il caso del primo tipo, cioè di ragazzi che vogliono provare un tipo di sostanza, e prendono quel che passa il mercato di strada, convinti che ad un prezzo così basso (15 euro) non si corrano rischi. Il prezzo non è in realtà così stranamente basso. Se i due credevano di aver preso un oppiaceo tipo codeina, non si prevede che i prezzi siano elevati, specie se non si è dipendenti.

Il fatto che alcune droghe raggiungano prezzi elevati non ha un senso lineare con un valore “merceologico”. Le droghe possono costare tanto perché chi le acquista può spendere tanto, e allora sono ben confezionate, di qualità ragionevolmente buona, e magari più concentrate, se questo è possibile senza rischi. Ma una droga può costare di più semplicemente perché il cliente è disposto a pagare quel prezzo (perché è dipendente o è in fase di abbuffata, con un desiderio intensissimo), anche per roba di qualità discutibile, o in situazioni in cui la truffa è all’ordine del giorno. All’inverso, la droga può costare pochissimo sia perché è obiettivamente di scarsa qualità o poca in quantità (una “puntina”), e quindi per tasche povere, ma anche perché il cliente è disposto a prendere droga di cattiva qualità, e in quantità minime, piuttosto che niente. Così ragionano e si comportano i tossicodipendenti, mentre per i soggetti non dipendenti non avrebbe senso spendere (poco) per una quantità di droga minima e di cattiva qualità.

Al di là della questione prezzo, il fenomeno se mai emergente in casi come questo è il fenomeno “chocolate box” (si pesca a caso un cioccolatino dalla scatola assortita): il cliente, spesso inesperto e in fase di sperimentazione, “pesca” dalla sacca dello spacciatore quel che gli capita, ovviamente convinto di comprare un tipo di droga, ma senza sapere di preciso cosa, e dando per scontato che un po’ di truffa ci può stare a quel livello di prezzo. Chi vende fa in modo di creare delle combinazioni che abbiano un qualche effetto, e magari non avendo le giuste nozioni, crea dei mix occasionalmente letali. Ogni tanto capitano dei casi di oppiacei farmaceutici, come appunto la codeina, il Fentanyl e adesso il metadone aggiunti in forma liquida o in quantità talmente piccole che sono impossibili da stimare a occhio su una dose di polvere.

Tra l’altro, questi prodotti in parte non sono fatti per lo sballo, cioè se assunti per via orale possono sì produrre effetti positivi, ma non l’euforia intensa che tipicamente ricerca un utilizzatore di sostanze. Certo è che se sono abbinati ad altro, ad esempio alcol, o banali tranquillanti, questa proprietà invece può essere amplificata, e con essa però anche la letalità.

Gli oppiacei in forma orale, a seconda dei casi, non arrivano rapidi, come l’eroina fumata, sniffata o iniettata, ma arrivano lenti, per rimanere un tempo variabile in circolo. Se la dose è calcolata male, o se sono abbinati con degli “amplificatori” (boosters) tesi a renderli “sballanti”, può accadere che l’effetto massimo sia letale, e che magari lo sia dopo un po’, a differenza di quanto accade con l’eroina. La persona così sente l’effetto salire, ma prevede che dopo scenda, mentre invece scende quello piacevole, ma la sostanza continua ad accumularsi, per raggiungere livelli letali.

Per alcune di queste sostanze oppiacee gioca la potenza (il Fentanyl è letale in quantità minime), per altre la combinazione autonoma fatta poi con l’alcol o altro. Gli stessi tossicodipendenti da eroina, quando abbinano alcolici, hanno più rischi di andare in overdose anche con dosi di eroina che consideravano “sicure”.

Il rischio maggiore nei ragazzi che incontrano gli oppiacei di strada è la tolleranza. Mentre i tossicodipendenti, finché sono in fase di uso continuo, sono refrattari all’effetto di dosi normali, chi non è abituato può essere ucciso dalla stessa dose. Uno spacciatore, specie se improvvisato, vende quel che ha. In passato capitava che spacciatori nuovi, per farsi pubblicità, immettessero droga più pura, con il risultato di provocare overdose accidentali in chi non era abituato ma si aspettava una potenza diversa (minore). Adesso cominciano ad accumularsi questi casi in cui l’errore è dato dalla presenza di oppiacei diversi, con potenze diverse, tempi di accumulo diversi, per cui il rischio dell’effetto “chocolate box” aumenta.

La morale è purtroppo, al momento, la stessa. La circolazione degli oppiacei farmaceutici fuori dalle terapie andrebbe controllata nella consapevolezza di un mercato che si sta diffondendo, in parallelo e sostituzione a quello classico dell’eroina. E invece la diffusione delle terapie a base di oppiacee tra i tossicodipendenti andrebbe potenziata, poiché ogni tossicodipendente curato è uno spacciatore in meno che mette a rischio le vite degli altri.